L’inaspettato dualismo di una città che trasforma la fatica operaia in cultura

Terni non è il classico borgo medievale da cartolina a cui l’Umbria ci ha abituati: è una città bifronte, ruvida e profondamente appassionata, dove il romanticismo si lega alla fatica operaia. Da un lato è la patria di San Valentino, che qui fu Vescovo e sposò due giovani, lei cristiana, lui pagano. Gesto che gli costò la vita ma anche la nomina a patrono degli innamorati e della città. Dall’altro è la fiera “città dell’acciaio” forgiata a fine Ottocento nel fuoco delle sue acciaierie e alimentata dalla potenza idrica della Cascata delle Marmore.
Due anime apparentemente inconciliabili eppure in grado di convivere. Oggi, questo dualismo convive in un paesaggio urbano dove l’eco dei forni siderurgici ha lasciato in eredità un patrimonio architettonico e culturale immenso. Terni offre così un viaggio inaspettato nei luoghi dell’archeologia industriale, scoprendo come il metallo si sia fatto arte, riqualificazione e memoria. Dalla titanica Grande Pressa da 12.000 tonnellate che accoglie i viaggiatori in stazione all’obelisco della Lancia di Luce firmato da Arnaldo Pomodoro, dagli immensi spazi del CAOS – l’ex fabbrica chimica SIRI, oggi trasformata in un vivacissimo polo museale e culturale – alle ex Officine Bosco, fino all’Archivio Storico Acciai Speciali Terni – Gruppo Arvedi, nata nel 1884 come Società degli Alti Forni, Fonderie e Acciaierie di Terni.
Un itinerario che si snoda tra ex fonderie, fabbriche d’armi ottocentesche e monumenti, per scoprire come la città dell’acciaio abbia saputo reinventare i propri spazi senza mai tradire le proprie radici.

La Grande Pressa

Davanti alla stazione ferroviaria, poco meno di 17 metri e quasi 1800 tonnellate di acciaio grigio, poi verde, poi giallo. Chi arriva a Terni in treno non può non accorgersi della presenza della Grande Pressa da 12.000 tonnellate. Entrò in funzione nel 1935, ordinata alla britannica Davy Brothers per forgiare i lingotti della nuova flotta da guerra italiana e rimase in funzione per 58 anni. Quando nel 1993 andò in pensione valeva quanto il ferro che conteneva: un miliardo e cento milioni di lire da rottamare. Dopo aver ricevuto la macchina in dono, il Comune di Terni decise diversamente: la restaurò e la ricollocò proprio dove è ora, in piazza Dante, e il 6 gennaio 1999 fu dichiarata monumento.

La Lancia di Luce

Con la Lancia di Luce, inaugurata nel 1995 dopo un decennio di gestazione, Arnaldo Pomodoro firma la più imponente scultura in acciaio fuso al mondo, un obelisco di trenta metri e novanta tonnellate che segna l’asse urbano di corso del Popolo. Niente bronzo, materia d’elezione dello scultore, ma cinque blocchi di acciaio inossidabile. La base, scabra come ferro grezzo, muta progressivamente fino a culminare in una cuspide dai riflessi dorati.
Questo miracolo metallurgico fu possibile grazie al lavoro simbiotico tra l’artista e le maestranze delle acciaierie locali. Sotto la guida del mastro fonditore Mario Finocchio, tecnici e saldatori sperimentarono leghe inedite e stampi in sabbie esotiche – africane e australiane – per domare il riflesso del metallo. Il risultato è un innesto preciso tra la geometria di Pomodoro e la competenza siderurgica locale.

CAOS - Centro Arti Opificio Siri

Una volta c’era il ferro. Poi i gas. Poi un lungo silenzio. Lo spazio che oggi ospita il CAOS ha una storia lunga due secoli e mezzo. Ferriera pontificia dal 1793, chiuse nel 1905 e riaprì come stabilimento metalmeccanico e chimico, prevalentemente per uso bellico. Nel 1925 Luigi Casale vi fondò la SIRI, Società Italiana Ricerche Industriali, specializzata nella produzione di ammoniaca sintetica. Nel 1983 anche quella storia finì. Il Comune acquistò l’area per gradi, tra il 1997 e il 2002, e nel 2009 la consegnò alla cittadinanza sottoforma di CAOS – Centro Arti Opificio Siri: 5.600 metri quadrati accolgono un museo d’arte moderna e contemporanea, un museo archeologico, un teatro, laboratori, atelier per residenze artistiche, una biblioteca specializzata. Da fabbrica ad hub culturale: la formula è abusata, ma qui funziona. Le travi restano, i muri portano ancora il segno delle lavorazioni, il viale d’ingresso e lo slargo centrale conservano l’impianto originale.

Le ex Officine Bosco - Videocentro

Antonio Bosco cominciò come fabbro ferraio, costruiva attrezzi agricoli in un vecchio e piccolo casale vicino alle mura medievali. Poi la bottega diventò officina, l’officina diventò fabbrica e nel 1924 sorsero i capannoni che avrebbero reso le Officine Bosco la seconda azienda metalmeccanica di Terni, dopo le Acciaierie. Una crescita rapida, in uno spazio sempre troppo stretto.
Intorno al 1980 lo stabilimento si trasferì nell’area industriale Terni-Narni. I capannoni rimasti — architettura del primo Novecento innestata su elementi postmoderni nel successivo recupero — passarono alla città. Nacque il Videocentro, parte di un sistema multimediale che comprendeva la Bibliomediateca e gli studi cinematografici di Papigno. Quei capannoni, però, si sarebbero guadagnati una notorietà imprevista. Tra le loro pareti furono girati gli interni di numerose fiction televisive. E soprattutto, qui Roberto Benigni girò le scene d’interno de La vita è bella.

Le Acciaierie di Terni e l’Archivio Storico Acciai Speciali Terni - Gruppo Arvedi

Il 10 marzo 1884 nasce la Società degli Alti Forni, Fonderie e Acciaierie. La vuole il ministro della Marina Benedetto Brin per dotare l’Italia di un’industria bellica autonoma. A costruirla, l’imprenditore veneto Vincenzo Stefano Breda, con la direzione tecnica dell’ingegnere belga Cassian Bon. A finanziarla, lo Stato con 12 milioni di lire. Terni viene scelta per due ragioni precise: la distanza dal mare e dai confini la rende strategicamente sicura e un complesso sistema di canalizzazione dell’acqua del fiume Velino chiamato Canale Motore, straordinaria opera di ingegneria idraulica, fornisce la forza motrice. Henri Schneider, politico e industriale francese, la definisce “la più bella officina siderurgica del mondo”.

Dalla fabbrica usciranno le corazze delle navi della Regia Marina, la batisfera di Auguste Piccard, il vessel della centrale nucleare del Garigliano. Ma susciterà un certo magnetismo anche in artisti e registi: Luchino Visconti vi girerà scene de La caduta degli Dei, Romy Schneider si troverà faccia a faccia con la pressa da 12.000 tonnellate ne La Califfa. Nel 1943, Terni subisce 108 bombardamenti, i capannoni vengono sventrati, la città devastata. Le acciaierie però non si fermano. Sopravvivono a due guerre mondiali, a crisi aziendali, a decenni di incertezza. Nel 2022 l’acquisizione da parte di Arvedi Spa di Cremona.
Rimane – oltre ai laminati, piani in acciaio inox e grossi fucinati che oggi raggiungono i mercati di tutto il mondo – la memoria custodita nell’Archivio Storico AST: fotografie, documenti, oggetti, il ricordo di uomini e donne che hanno passato una vita intera tra forni.

 

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