Vita e miracoli di un quartiere e di un’azienda che ha plasmato usi e costumi del Belpaese

 

Sono lontani ormai i tempi in cui l’Isola era un quartiere operaio e marcatamente popolare. Certo, quell’anima non si è del tutto persa, ma si è sicuramente addolcita. Perché mentre per le strade ancora si sussurravano storie di malavita, attivismo e drum ‘n bass, sono arrivati gli anni 10 del Duemila e con loro la rigenerazione urbana che ha trasformato la zona in enclave della subcultura hipster, che qui si muove tra vecchie o vecchissime botteghe che ancora resistono e l’apertura di negozi di artigianato, vintage e second-hand, librerie indipendenti, locali storici o alternativi. 

L’adiacenza con Porta Nuova ha creato poi una sorta di miscela tra la contemporaneità e il passato. Così l’energia bohémienne di Isola si confonde con l’atmosfera avveniristica dell’area tra il Bosco verticale di Boeri e la Biblioteca degli Alberi, i grattacieli degli uffici patinati di diverse multinazionali, piazza Gae Aulenti, Corso Como e le sue boutique. Oggi l’area è un pot-pourri di posti di ogni genere, che attira una platea di avventori eterogenea.

Questo itinerario conduce alla scoperta di luoghi ormai iconici del quartiere e chicche sconosciute a molti. Si parte dall’oasi verde del BAM, Biblioteca degli Alberi Milano su cui vegliano i grattacieli residenziali del Bosco Verticale e dove si inserisce, discreto, il parallelepipedo rosso della Casa della Memoria. Poi ci si infila nelle viscere dell’Isola, quella verace, per imbattersi in pareti in cui la street art ha lasciato il segno, in locali e negozietti, e spingersi fino all’inatteso santuario di Santa Maria della Fontana. Infine, tornando verso la stazione Garibaldi, c’è la perla nascosta: il Sisal Immersive Museum, un’immersione nella cultura nazional popolare.

La BAM e il Bosco Verticale

BAM, Biblioteca degli Alberi Milano: non un semplice parco, ma una scacchiera di prati, spesso fioriti, a cui si intersecano “foreste circolari” tematiche disegnati dallo studio Inside Outside | Petra Blaisse. Un giardino botanico contemporaneo dove diverse specie arboree creano “stanze vegetali” a cielo aperto. È un luogo di respiro urbano, vivo e pulsante, palcoscenico per eventi culturali e oasi di relax che offre prospettive uniche su edifici avveniristici e fa da confine tra Isola e Porta Nuova. A ridosso del parco, si staglia il Bosco Verticale, due torri residenziali firmate da Stefano Boeri Architetti inverdite da migliaia tra alberi, arbusti e piante perenni che rivestono i balconi e i terrazzi, creando un bosco che si sviluppa in altezza. È un manifesto vivente di riforestazione metropolitana, un esperimento audace che punta a integrare natura e architettura, favorendo la biodiversità in piena città. 

La Casa della Memoria

Dietro le due torri di Boeri c’è la Casa della Memoria, contenitore per la conservazione e la trasmissione della memoria collettiva legata alle conquiste di libertà e democrazia in Italia. L’edificio, progettato dal collettivo di architetti Baukuh, è un solido parallelepipedo rivestito in mattoni rossi e decorato da mosaici pixellati che riproducono immagini emblematiche della storia milanese del XX secolo: momenti cruciali come la deportazione, le stragi terroristiche e la Liberazione. Oltre a ospitare archivi documentali, fotografici e audiovisivi di cinque associazioni (ANED, AIVITER, ANPI, Associazione Piazza Fontana 12 dicembre 1969 e Istituto Nazionale Ferruccio Parri) che lavorando in sinergia con il Comune mantengono viva la memoria della storia d’Italia, dalla Resistenza agli anni del terrorismo, promuovendo il dialogo pubblico e intergenerazionale, attraverso mostre temporanee, convegni, incontri, proiezioni e attività didattiche.

All’interno, infine, una collezione permanente con opere site specific di Fabrizio Dusi, tra cui una serie di scritte al neon e in ceramica. Installate sulla facciata e negli spazi interni dell’edificio, queste opere trasmettono messaggi di resistenza e speranza, come nel caso di “Don’t Kill”. Si aggiungono la serie fotografica “Tempo Sospeso” di Alberto Lagomaggiore, che ritrae i luoghi della città vuota e silenziosa durante i giorni del lockdown e l’opera “Kids” di Diego Randazzo, che ogni notte illumina le finestre della Casa della Memoria, intende ricordare le storie vissute in prima persona dai superstiti della strage di Gorla.

Santuario di Santa Maria alla Fontana

Bisogna cercarlo, inoltrandosi nell’Isola più autentica, tra case di ringhiera, ristorantini, locali e botteghe, lì dove il silenzio si prende pian piano il suo spazio, e dove in una Milano d’altri tempi sgorgava un’acqua ritenuta miracolosa. Non una semplice sorgente, ma un vero toccasana, una sorta di Spa ante litteram. È a questa vena d’acqua curativa che la chiesa di Santa Maria alla Fontana deve il suo nome e la sua origine.

A sperimentare i benefici di quest’acqua miracolosa fu anche un illustre, Carlo II d’Amboise, potente governatore francese della città sotto Luigi XII. La sua riconoscenza si trasformò in pietra e devozione nel 1507, quando decise di fare erigere qui un santuario. Si dice che dietro il progetto di Giovanni Antonio Amadeo ci sia stata la mano – o almeno l’ispirazione – di geni come Bramante e Leonardo da Vinci, che in quegli anni calcavano le scene milanesi. Da subito, Santa Maria alla Fontana non fu solo un luogo di culto, ma si affermò come uno dei tre cardini della sanità cittadina, insieme alla monumentale Ca’ Granda e al Lazzaretto. Il santuario crebbe nei secoli, subendo rimaneggiamenti e ampliamenti ma rimanendo un faro spirituale e un punto di riferimento amatissimo. Almeno fino a quando l’ombra del progresso non oscurò la fonte: sul finire dell’Ottocento, una vicina fabbrica di bitume inquinò irrimediabilmente la falda dando l’addio all’acqua miracolosa. Un restyling del 1920, opera dell’architetto Mezzanotte, le donò una nuova facciata in stile neogotico, ma non cancellò del tutto il suo passato. Nascosta nel cortile della chiesa, la vasca originale resiste ancora oggi. Certo, l’acqua che la riempie è quella, ben più prosaica, dell’acquedotto comunale, ma basta a evocare la storia di un luogo nato dalla terra, dall’acqua e dalla fede.

 

 

Diffuso, digitale, immersivo: il museo secondo Sisal

Nell’Italia del Dopoguerra, tra la fatica della ricostruzione, serpeggiava una diffusa voglia di leggerezza. È in questo clima che, nel 1945, nasce Sisal. Un nome che presto sarebbe diventato sinonimo non solo di gioco, ma di un vero e proprio fenomeno sociale. Perché Sisal, con invenzioni come la mitica “schedina” del Totocalcio, ha cambiato le domeniche (e non solo) degli italiani. Bar, edicole e tabaccherie si trasformarono d’incanto in piccoli centri d’aggregazione: luoghi dove non si prendeva solo il caffè, ma si pronosticava l’esito delle partite con 1, X o 2, si discuteva di calcio per ore, si sperava. Poi arrivarono il Totip, per l’ippica, e infine il SuperEnalotto, il sogno moderno della vincita milionaria. Così Sisal è entrata nel tessuto sociale italiano diventando parte dei riti quotidiani.

Oggi, quell’incredibile viaggio nel costume italiano non è andato perduto: nel 2012 è nato l’Archivio Storico Sisal, a Peschiera Borromeo. Oltre 10.000 frammenti di memoria storica tra fotografie d’epoca, locandine, vecchi spot pubblicitari e persino l’intera collezione del giornale “Sport Italia”. Un patrimonio che profuma di carta e ricordi. Ma la storia, si sa, ama essere raccontata ad alta voce. Ed è qui che entra in gioco il Museo Diffuso e Digitale, inaugurato nel 2022. Non un museo tradizionale, ma un percorso narrativo che si snoda proprio tra i piani dell’headquarter di Sisal a Milano, nel Bassi Business Park di Isola. Teche con oggetti storici, vecchie insegne, schedine, manifesti e i touch screen Sisal Memory: basta sfiorarli per tuffarsi in aneddoti e contenuti digitali, scoprendo in autonomia altri pezzi di questo affascinante mosaico italiano. Ultimo passo verso il futuro è il Sisal Immersive Museum, nato nel 2024: Un tuffo nella storia del costume italiano con un twist tecnologico: è il Sisal Immersive Museum, inaugurato nel 2024. Qui, l’archivio storico dell’azienda, prende vita grazie a realtà virtuale, visori XR e interazione umana. Si tratta di un vero e proprio viaggio nel tempo, un ponte evocativo tra ieri e oggi dove i vecchi documenti si trasformano in storie da vivere. Il percorso si snoda tra spazi tematici affascinanti: uno svela i retroscena dell’iconica formula “1X2”, un altro indaga come la comunicazione Sisal ha plasmato l’immaginario collettivo. Infine la figura dello “Human Performer” una guida-attore che facilita la connessione tra i partecipanti, aumentai il dinamismo e il coinvolgimento dell’esperienza.

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