Dai longobardi alle archistar fino al museo diffuso Boccia, dove l’industria grafica diventa arte

Salerno, a metà strada tra Cilento e Costiera Amalfitana, non tradisce l’immagine suggestiva evocata dall’antico nome romano della regione: Campania Felix. Greci, romani, bizantini, longobardi e normanni hanno lasciato ciascuno la propria impronta in un tessuto urbano fatto di vicoli, archi, colonne chiese e palazzi. I longobardi vi fondarono la Scuola Medica Salernitana, il più antico istituto medico dell’Occidente; i normanni edificarono il Duomo; gli Svevi lavorarono al molo su cui oggi si staglia l’avveniristica Stazione Marittima di Zaha Hadid. La città moderna, affacciata su uno dei principali porti del Tirreno, ha saputo costruire sopra questo stratificato passato senza cancellarlo, e il quartiere medievale — scandito da palazzetti restaurati e chiese barocche — è oggi uno dei luoghi più vivi della vita culturale cittadina.

Poi ci sono le persone, i salernitani, che hanno insieme a una spiccata vocazione per l’accoglienza, l’operosità e la voglia di fare. Lo sapeva bene Guido Piovene, che nel libro Viaggio in Italia edito da Bompiani nel 1957 ha raccontato il carattere laborioso di questa città: a Salerno, scriveva, “cadono molti luoghi comuni dell’Italia meridionale. L’aspetto è infatti quasi settentrionale, e la pulizia quasi svizzera. I discorsi sono secchi, brevi, propri di persone attive”. Ed è ancora così.

L’esempio lampante di questa lotta alla pigrizia è Boccia Industria Grafica. Nata come Arti Grafiche Boccia negli anni Sessanta, l’azienda ha contribuito a formare la storia e l’identità cittadina e oggi accoglie i visitatori nel suo Museo diffuso, l’epilogo di questo itinerario, che vi porta a scoprire una Salerno inedita.

Il Duomo e la chiesa di San Giorgio

Commissionato dal normanno Roberto il Guiscardo e consacrata nel 1084 da papa Gregorio VII, esule in terra campana, il Duomo di Salerno nasce così, come un’affermazione di potere e fede, eretta sulle vestigia dell’antichità per custodire le spoglie dell’evangelista San Matteo. L’architettura è una sintesi perfetta delle diverse anime del Mediterraneo.

L’ingresso, sorvegliato dalla severa porta in bronzo fusa a Costantinopoli e dalle sculture in pietra di un leone e una leonessa, introduce a un quadriportico dal fascino ibrido. Ventotto antiche colonne di spoglio reggono archi a tutto sesto rialzato che rivelano inequivocabili influenze islamiche. È un atrio dal sapore orientale, dominato dalla mole del campanile del XII secolo e incorniciato da sarcofagi romani riutilizzati in epoca medievale, disposti lungo il perimetro come in un intimo pantheon cittadino.

Oltrepassata la soglia, l’impianto basilicale a tre navate, originariamente modellato sulle forme dell’abbazia di Montecassino, sfoggia oggi un raffinato abito barocco. È l’eredità della ricostruzione successiva al terremoto del 1688, affidata agli architetti Guglielmelli e Buratti. L’interno si sviluppa in un elegante gioco di luci e volumi, impreziosito dalle tele settecentesche di maestri di scuola napoletana come Francesco Solimena e Francesco De Mura. Il centro spirituale e artistico, tuttavia, sta nel sottosuolo. La cripta è uno spazio denso e magnetico che custodisce il sepolcro di San Matteo. Se l’ossatura resta normanna, l’impatto visivo ha impronta del primo Seicento, firmata da Domenico e Giulio Cesare Fontana. Domina la statua bifronte di Michelangelo Naccherino, un’intuizione scenografica che permette al Santo di sorvegliare contemporaneamente i due fronti dell’altare. Tutto intorno, un trionfo di marmi e le tele di Pacecco De Rosa convivono con le storie dipinte da Belisario Corenzio, che sulle volte alterna il racconto evangelico a episodi della resistenza salernitana, come la tempesta miracolosa che respinse la flotta del Barbarossa.

 

Castello di Arechi

La roccaforte, che poggia su fondamenta bizantine, deve il nome al principe longobardo Arechi II, il quale nell’VIII secolo ne fece il fulcro di un sistema difensivo inespugnabile esteso fino alle mura marittime. L’attuale configurazione architettonica è un lascito stratificato di assedi e riadattamenti: dai Normanni, che elevarono la torre della Bastiglia per blindare il versante settentrionale, fino agli interventi di epoca angioina e aragonese. Oggi la struttura, che ispirò a Ugo Foscolo le atmosfere della tragedia Ricciarda, è un osservatorio privilegiato sulla costa. Al suo interno, un museo medievale raccoglie ceramiche, vetri e monete che documentano la quotidianità della guarnigione e della corte. Tra queste mura, la pietra locale si fonde con la macchia mediterranea, segnando il confine fisico tra la storia dell’antico Principato e l’orizzonte del Tirreno.

La Salerno contemporanea

La crescita edilizia del dopoguerra ha lasciato i suoi segni, come in quasi ogni città italiana. Ciò che distingue Salerno è la sistematicità con cui, negli ultimi decenni, si è tentato di correggere la rotta. Edifici dismessi sono stati demoliti, il lungomare ridisegnato, nuove piazze e aree verdi ricavate nel tessuto urbano. A fare da cornice a questo processo di riqualificazione sono arrivati alcuni dei nomi più autorevoli dell’architettura internazionale: Zaha Hadid ha firmato la Stazione Marittima, con la sua forma di ostrica; David Chipperfield ha progettato la Cittadella Giudiziaria, con le sue geometrie rigorose; Ricardo Bofill ha lavorato sul Crescent e sulla piazza della Libertà. A Marina d’Arechi, Santiago Calatrava ha lasciato il suo segno inconfondibile al Salerno Port Village, uno dei più grandi approdi turistici del Mediterraneo, ben rappresentati nel volume “Urbanscape Salerno” di Emilia Antonia De Vivo, una guida alla città attraverso le opere delle grandi archistar.

Il Museo diffuso di Boccia Industrie Grafiche

Nata come Arti Grafiche Boccia negli anni Sessanta, l’azienda è oggi citata nei testi sulla storia e sull’identità della città. C’è una continuità non solo produttiva ma culturale che lega questa realtà ai Magistri in arte Cartarum della vicina Amalfi: ottocento anni di civiltà della carta e della stampa nel cuore del Tirreno.

Il Museo diffuso che l’azienda ha allestito nei propri spazi racconta questa storia attraverso gli strumenti del mestiere — la pedalina, la Linotype, la Heidelberg, i caratteri di piombo — affiancati da opere pittoriche, fotografiche e scultoree. In particolare, le sculture di Vincenzo Vavuso e Monica De Maio s’inseriscono nel progetto “Oltre l’Economia Circolare”. Qui, gli scarti produttivi — specialmente la carta — si trasformano in opere in sculture che narrano la filosofia aziendale: un invito a superare i propri limiti e ad accettare la sfida del cambiamento.

Sulle facciate degli stabilimenti, murales di writers locali e nazionali convivono con interventi realizzati in vernice Airlite, capace di abbattere gli agenti inquinanti atmosferici.

Il percorso si conclude con la Biblioteca, in fase di realizzazione e destinata al pubblico, raccoglierà 25.000 volumi donati dallo storico Valerio Castronovo, a cui sarà intitolata. In un’azienda che produce libri e riviste, una biblioteca aperta alla città è un atto coerente e, in qualche misura, necessario.

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