Storia e valori di una città accogliente e di imprenditori illuminati

A prima vista potrebbe sembrare una delle tante operose cittadine venete. Eppure Valdagno custodisce una storia unica: quella di essere stata uno degli esempi più significativi e organici di “città sociale” in Italia. L’idea prendeva forma concreta già sul finire degli anni Venti. Sulla riva sinistra del fiume Agno, attorno alla fabbrica di tessuti Marzotto sorsero strutture pensate per la vita dei dipendenti: l’asilo nido, le scuole materne, un moderno ospedale con medico aziendale e, più avanti, persino colonie marine per i figli. Un intero universo di welfare ante litteram cucito addosso ai bisogni di chi lavorava nel grande lanificio. Al timone di questa visione, e dell’azienda dal 1922, c’era Gaetano Marzotto Jr, che non si limitò a far decollare il lanificio, ma gettò le basi per un impero sorprendentemente diversificato. Dalle vaste tenute agricole di Fossalta di Portogruaro nacquero non solo i vini Santa Margherita, destinati a conquistare il mondo, ma anche realtà industriali come Zignago Vetro. E l’intuito per l’ospitalità lo portò a fondare i Jolly Hotels, di fatto la prima catena alberghiera privata d’Italia. 

L’ex quartiere operaio: la Città Sociale dei Marzotto

Passeggiare per la cosiddetta Città Sociale (sempre più spesso, Città dell’Armonia), tra viali alberati e architetture rigorose, significa immergersi in un’atmosfera sospesa, dove l’eco del fervore produttivo si mescola alla quiete di un progetto pensato per il benessere collettivo. Una serie di edifici emblematici ne definiscono l’identità. Domina la scena l’imponente complesso industriale Marzotto, ancora oggi in parte attivo, testimone della potenza manifatturiera che diede origine a tutto. Le sue facciate severe e funzionali raccontano storie di lavoro e innovazione, rappresentando il motore da cui si diramava la vita della comunità. Poco distante, si ergono le strutture pensate per la vita dei lavoratori e delle loro famiglie. L’asilo nido e le scuole elementari, con le loro ampie finestre e i cortili spaziosi, riflettono l’attenzione all’istruzione e all’infanzia. In generale, l’architettura del quartiere è un dialogo costante tra razionalismo e monumentalismo, con un occhio di riguardo alla funzionalità. A completare il quadro, il Parco di Villa La Favorita, polmone verde accessibile da due ingressi monumentali che anticipano una maestosa gradinata, quasi una sfida gentile alla pendenza collinare, che guida lo sguardo e i passi verso l’alto, svelando terrazzamenti panoramici. Qui, il genio di Bonfanti si manifesta nell’armoniosa fusione tra l’elemento architettonico e quello naturale, con balaustre in pietra e graniglia che disegnano eleganti confini a un paesaggio meticolosamente orchestrato. Il cuore verde del parco pulsa grazie a un patrimonio arboreo di rara ricchezza: 50 diverse specie creano un santuario di biodiversità. Passeggiare lungo il viale alberato o avventurarsi nella zona più “romantica” del parco, con i suoi sentieri sinuosi e le sue prospettive inaspettate, è un’esperienza che rigenera lo spirito e invita alla contemplazione.

La Valdagno storica

È sulla riva destra dell’Agno, nella città settecentesca, figlia della Repubblica di Venezia, che si svela il nucleo storico di Valdagno. Qui il tessuto urbano è raccolto, intimo, con vicoli che si insinuano tra edifici carichi di storia e piazze che da sempre fungono da salotti cittadini. Dominatore indiscusso del profilo storico è il Duomo di S. Clemente, un edificio le cui origini affondano nel Medioevo, sebbene l’aspetto attuale sia frutto di rimaneggiamenti settecenteschi. Ciò che si vede oggi ha preso corpo tra il 1748 e il 1778 dalle tavole da disegno dell’architetto bassanese Giovanni Miazzi. Il campanile, costruito tra il 1545 e il 1547, porta l’impronta di Agostino Righetto, quel “Magistro Marangon” la cui abilità di carpentiere seppe tradursi in solida architettura. Una mole imponente e ordinata, espressione matura e consapevole degli stilemi manieristi. Sul finire del Settecento, un nuovo e audace slancio verticale ne ha ridisegnato il profilo: fu aggiunta una seconda cella campanaria, questa volta a pianta ottagonale. Infine, la distintiva cuspide in rame a forma di bulbo. Su corso Italia si staglia invece la sagoma di palazzo Festari, edificato nella seconda metà del Settecento. La sua facciata, improntata a una sobria simmetrica introduce a un atrio che conserva ancora il pavimento originale a ciottoli di fiume. Da qui, eleganti archi gemelli, impreziositi da motivi floreali, dischiudono la via verso la scala d’onore, un capolavoro in ferro battuto dal raffinato disegno settecentesco. Questo leitmotiv architettonico si ripropone con grazia al piano nobile e nel salone centrale. Colonne tuscanico-doriche segnano il passaggio verso il luminoso cortile interno: sul lato destro, la singolare “Galleria dei Nani”, un portico, originariamente adibito a scuderie, la cui teoria di nove archi ribassati è vigilata da una curiosa parata di piccole sculture in pietra. Infine, poco distante, Villa Valle, oggi sede della Biblioteca e Galleria civica, è un dono dei Marzotto in memoria del conte Gaetano. Cuore di un vasto complesso – con portici, foresteria neogotica e affaccio scenografico su Piazza Roma – oggi ne resta solo la maestosa facciata, superstite alle radicali trasformazioni degli anni ’50. Imponenti lesene composite e un timpano con stemma araldico ne firmano il fronte nobile; il retro, più austero, esibisce un orologio al posto dell’arme gentilizia. In un fianco, tracce cinquecentesche sussurrano di origini ancora più remote. Eretta tra fine Seicento e i primi del Settecento, forse su disegno del Frigimelica Roberti, la villa custodisce al suo interno un salone d’onore a doppia altezza, luminosa eco dello schema tipico delle ville venete. 

 

Museo Zordan

A intrecciarsi con la storia dei Marzotto, c’è quella di un’altra famiglia con l’imprenditoria nel Dna, esperti del saper fare, dell’artigianalità e soprattutto con una spiccata visione progressista. Stiamo parlando dei Zordan. Una vicenda ben diversa, più recente, ma legata a doppio filo con quella della città. L’azienda nasce nel 1965, in un nord-est di eccellenze manifatturiere, quando ancora la piccola e media impresa era fatta di persone, di volti riconoscibili. Come tante storie di imprenditorialità, anche questa comincia nella cantina di casa, a Piana di Valdagno, dove Attilio Zordan inizia a lavorare come falegname. Impegno e lungimiranza guidano l’impresa verso il successo, dando nuova vita alle relazioni di business esistenti dapprima nella Società Artigiana Falegnami.

Maurizio, Marta e Alfredo, figli di Attilio, hanno in seguito preso le redini dell’azienda, e senza mai dimenticare le proprie radici, ma sempre con uno sguardo all’innovazione e alla formazione continua, propria e di tutti i lavoratori dell’azienda, l’hanno traghettata verso quello che è oggi: un punto di riferimento per la realizzazione di spazi retail per i brand del lusso. Per scoprirne storia, segreti ed evoluzione, basta visitarne il Museo: un viaggio esperienziale nel cuore pulsante di un nuovo modello di imprenditoria. Così si svela il nuovo museo, nato dall’idea di Marco Montemaggi, curatore del museo, e dal tratto dell’architetto Alessandro Basso. Tra le mura del recentissimo stabilimento, tre aree si fanno custodi dell’anima del marchio. La Timeline è un nastro che riavvolge la storia, testimone di un’evoluzione. Segue la Wunderkammer, camera delle meraviglie, un’immersione multisensoriale alla scoperta dei 3 pilastri del proposito evolutivo dell’impresa, People, Planet e Prosperity. Infine, Art for Sustainability: uno spazio mutevole dove l’arte, con cadenza periodica, dialoga con l’azienda sui sentieri della sostenibilità, aprendo orizzonti condivisi.

Articolo redatto in collaborazione con   

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