Che nel Sud Italia alla ricchezza, varietà e intensità dei paesaggi si unisca un altrettanto ricco patrimonio di prodotti gastronomici unici al mondo, è noto a tutti. Quel balcone di terra affacciato sullo Ionio, racchiuso tra la punta e il tacco dello stivale, circoscritto a nord dall’Altipiano delle Murge e a sud dal Parco Nazionale della Sila, è un territorio che attraversa Puglia, Basilicata e Calabria, e che offre già di per sé un itinerario privilegiato tra natura, borghi antichi, musei agroalimentari, archeologie della Magna Grecia e un tuffo nel blu del Mediterraneo.

Lungo una direttrice di circa 600 km che dall’Adriatico raggiunge lo Ionio, si passa in mezzo a paesaggi che assumono a tratti sembianze lunari. Sono le sterminate superfici ondulate ricoperte di giallo e di bruno dell’altopiano delle Murge protetto dal Parco Nazionale dell’Alta Murgia in Puglia, seguendo le quali lo sguardo può spaziare liberamente per chilometri provando un senso di smarrimento e solitudine, come di fronte a certe immense distese dell’Asia centrale. Del resto, se si pensa alle steppe, quelle vengono in mente. E invece anche in Italia abbiamo qualcosa di simile, in questi grandi spazi aperti. A dirla tutta, c’è una sola eccezione: Castel del Monte, patrimonio Unesco dal 1996, che sta piantato lì, su un’altura nel bel mezzo della pianura delle Murge, interrompendo di colpo questo spazio così deserto. Proseguendo verso sud ci si immerge nel Parco della Murgia Materana in Basilicata, dove padrone è il vento, che soffia sulle rocce senza essere frenato da alberi e piante e vortica fino ai Sassi di Matera, fischiando forte quando si insinua tra le cavità naturali di questa città, uno dei capolavori indiscussi dell’architettura e urbanistica spontanea del nostro Paese. È una terra dura e arida, ambiente di pastori e greggi dove sembra di rivivere una scena dei vecchi film western, con tanto di canyon scavato dal torrente di Gravina a fare da sfondo. Da qui una discesa lungo la fertile piana del metapontino conduce al mare, e i paesaggi brulli cedono il passo alla verde macchia mediterranea con le pinete che sconfinano fino al litorale dorate dello Ionio. Allineate lungo la costa ci sono le spiagge di Marina di Ginosa, Metaponto, città della Magna Grecia con i suoi antichi resti, e Policoro, anch’essa impreziosita dal museo archeologico.

Con una deviazione nell’entroterra lucano al confine con la Calabria si scoprono borghi pregiati come Aliano e Valsinni, insigniti del titolo Bandiera arancione TCI, marchio di qualità-turistico ambientale che premia l’eccellenza dei piccoli borghi. Entrambi sono luoghi letterari da visitare e da sfogliare: Aliano, arroccato sui calanchi, è descritto da Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli, eletto dallo scrittore medesimo a suo luogo di sepoltura e sede dal Parco letterario Carlo Levi. E Valsinni, appollaiato sull’estrema propaggine del Parco Naturale del Pollino, con il Castello di Morra, i vicoli medievali e il Parco letterario Isabella Morra, una delle voci più originali della lirica femminile del Cinquecento.

Riprendendo la costa e passando per Sibari, l’antica città scomparsa con il Parco archeologico, si raggiunge Rossano, che guarda lo specchio azzurro dello Ionio, con le sue acque incontaminate e le bellissime spiagge sempre poco affollate, volgendo le spalle alla maestosità montana del Parco Nazionale della Sila, uno scenario naturale dai caratteri decisamente più “nordici”. Sì, perché la Sila è un po’ la Scandinavia del Sud. E offre ambienti molto diversi dal resto della regione, con un altipiano granitico vagamente ondulato, le cime delle montagne occupate dai boschi, in cui d’estate se non fosse per la mancanza dell’erica violacea sembrerebbe di essere in Scozia, e che d’inverno offre vastissimi spazi innevati ideali per lo sci. Di fronte invece

In mezzo a questa grande cornice paesaggistica sono allineate quattro località, Andria di fronte all’Adriatico, Altamura, nell’entroterra a ridosso dell’Alta Murgia, Pisticci Scalo, nel materano, e Rossano, unite tra loro anche dalla presenza di musei alimentari che, ciascuno celebrando l’unicità e autenticità dei propri prodotti, testimoniano della cooperazione di uomo e paesaggio e di un mondo dove terra e storia antica si fondono insieme.

Il Museo del Confetto Mucci Giovanni ad Andria

Nel borgo antico della città di Andria, in Puglia, a pochi passi dalla cattedrale di origine normanna c’è qualcosa che vale certamente la pena di visitare ed è il Museo del Confetto, aperto nel 2004 negli ambienti sottostanti l’antica confetteria, per raccontare la storia della famiglia, dei confetti e dell’azienda Mucci. La premiata fabbrica di confetti fu infatti inaugurata nel 1894 grazie al sogno di Nicola Mucci. Negli anni Trenta nascono gli inimitabili Tenerelli Mucci, con mandorle di Toritto e nocciole del Piemonte IGP, ricoperte da cioccolato fondente e bianco, e da un sottile strato di confettura colorata. Nel 1945 il figlio Giovanni eredita la fabbrica e ne consacra il successo. I confetti acquistano fama e la richiesta diventa altissima, superando i confini regionali prima e nazionali poi. Oggi l’azienda è in mano ai figli e ai nipoti di Giovanni, che hanno trasferito lo stabilimento produttivo a Trani, dove si confezionano oltre 200 tipi di confetti e dragées seguendo antiche ricette artigianali e utilizzando le migliori materie prime e colori e aromi esclusivamente naturali. Nel museo, mentre si curiosa tra gli antichi macchinari, gli strumenti e gli stampi di ogni forma e dimensione, gli oggetti e i ricordi di famiglia si percorre uno spazio accogliente come una stanza delle meraviglie, e si rimane inebriati dall’aroma dello zucchero, del cioccolato e della cannella, ma anche dall’immaginare quante cose si nascondano dietro un dolcino minuscolo come il confetto. Così, unendo curiosità, golosità e conoscenza si può scoprire, anche assaggiando, qualcosa di inaspettato: come è fatto un confetto, come è possibile che rimanga così morbido dentro e fuori, come trattenga la fragranza e l’aroma della nocciola e della mandorla… Una volta terminata questa dolce esperienza, non vi resta che dirigervi più a sud, per andare a vedere Castel del Monte. È uno tra i più spettacolari castelli pugliesi: maestoso e solitario, fu fatto erigere da Federico II di Svevia a testimonianza del suo potere.

Il Museo del Pane di Vito Forte, Altamura

Se diciamo Altamura pensiamo al pane, anche se in verità la località, con i sobri palazzi e gli antichi forni, detiene altri primati, come ad esempio la cava di Altamura, un giacimento paleontologico dove si sono rivelate orme di dinosauro, insieme a manufatti normanni e aragonesi. E una ventina di anni fa, nella grotta di Lamalunga, sono stati rinvenuti i resti di uno scheletro umano del paleolitico di circa 200 mila anni fa, noto proprio come l’Uomo di Altamura. Poi c’è la sua meravigliosa Cattedrale romanica, anche sede del Museo diocesano. È l’unica chiesa in Puglia espressamente voluta da Federico II, costruita parallelamente alla rifondazione della città, nel 1232. I numerosi rimaneggiamenti non hanno stravolto le originarie linee del romanico pugliese, da alcuni definito addirittura “federiciano”, tanto è forte l’influsso della personalità dell’imperatore.  Ciò nondimeno, il manufatto di Altamura a tutti più conosciuto è quello che Orazio definì “il miglior pane del mondo”, la grossa pagnotta che si presenta nelle due tipiche forme a cappello del prete o accavallato, con la crosta spessa e croccante e la mollica morbida. Qui nelle Murge, praterie, prati e rocce raccontano storie di massari impegnati nella lavorazione e nella coltivazione di grani antichi. Ed è dalla congiunzione dei fattori ambientali e paesaggistici di quest’area che nasce la particolare semola macinata di grano duro, con cui si prepara l’invitante pane, insieme a lievito madre, acqua e sale, seguendo rigorosamente cinque fasi della panificazione. In questo risiede il segreto di quel sapore inconfondibile di tostatura che proviene dalla cottura nel legno di quercia e che conserva la fragranza per una settimana.

Proprio così faceva Vito Forte, un garzone di 11 anni che passava con la bicicletta a ritirare il pane impastato dalle massaie per portarlo a cuocere in uno dei forni medievali più antichi di Altamura.

A testimoniare la lunga storia del forno vi è il ritrovamento di un atto notarile in cui si legge che nel 1300 un fornaio di nome Giovanni e sua moglie Barisana donarono metà della proprietà del forno alla chiesa di Santa Maria Assunta, la Cattedrale di Altamura, un’appartenenza che è valsa al forno l’appellativo di “U’ furn d’ la chjisa ranne”. Da bambino volenteroso e sognatore ad ambasciatore del pane in tutto il mondo, è a Vito Forte che è dedicato il Museo del Pane di Altamura, perché quel forno antico è stato ripristinato per raccontare con un’esperienza multisensoriale la storia magica di questo successo imprenditoriale, che è anche e soprattutto una delle tante storie di passione, abilità e cultura del nostro paese.

Amaro Lucano ed Essenza Lucano a Pisticci

Potrebbe sembrare una favola ambientata in un paese lontano, quella di Essenza, ma è tutto vero quel che accade a Pisticci, un borgo adagiato sulle colline segnate dai calanchi a circa 50 km da Matera. È qui che, nel 1894, ha avuto origine l’Amaro Lucano, poi divenuto un marchio esportato in tutto il mondo. Essenza è la casa del Lucano, un luogo che nasce come estensione dello stabilimento produttivo sorto negli anni Sessanta. È uno spazio espositivo unico nel suo genere perché riesce fare rivivere gli oltre 125 anni di storia della famiglia Vena e del prodotto attraverso innovazione e tradizione, multimedialità e antichi sapori. E lo fa fin da subito, quando si entra nel giardino aromatico, dove toccando e annusando le 30 erbe del Lucano si ha la possibilità di vestire i panni del capostipite della famiglia, il bisnonno Pasquale. È per la passione innata per l’arte dolciaria, così strettamente legata a quella liquoristica, che alla fine dell’Ottocento Pasquale Vena imparò tutto sulle erbe officinali e gli ingredienti della natura, lavorando in una nota pasticceria di Napoli e frequentando la Scuola Salernitana. Con questa valigia di conoscenze ritornò a Pisticci e nel retrobottega del biscottificio di famiglia, inventò la ricetta tutt’ora segreta del Lucano, giungendo alla perfetta miscelazione di un gusto equilibrato ma deciso, con le sue inconfondibili note agrumate e floreali. Fino a ottenere un amaro capace di evocare al palato il bouquet dei sapori della sua terra. L’amaro viene conosciuto e apprezzato in tutta Italia, l’azienda diventa fornitore ufficiale della Casa Savoia e il Re lo gradisce al punto di investire Pasquale Vena del titolo di Cavaliere. Oggi è con la stessa passione e determinazione del fondatore che la famiglia Vena, giunta alla quarta generazione, è riuscita a espandere il proprio business su larga scala. Non è stato facile all’inizio esportare il prodotto in tutto il mondo, ma grazie alla passione dei materani e dei lucani tutti, così orgogliosi di raccontare un prodotto simbolo della loro terra e delle loro tradizioni, l’Amaro Lucano si è diffuso rapidamente e oggi è orgogliosamente presente sui mercati dei 5 continenti, con la maggiore concentrazione negli Stati Uniti, in Cina e in Germania. E allora, cosa vuoi di più dalla vita? Un Lucano!

Il Museo della liquirizia Giorgio Amarelli a Rossano

Ecco un’altra storia che racconta dell’intreccio indissolubile dell’uomo con la sua terra, perché è proprio qui lungo la costa Ionica che le piante della liquirizia crescono spontanee. E alla liquirizia si legano per sempre la saga e il nome della famiglia Amarelli. Fu infatti il barone Nicola Amarelli che ebbe l’idea geniale di estrarre dalla radice il succo e che nel 1731 fondò il Concio, l’impianto protoindustriale concepito per attuare questo procedimento. Nel 1907 introduce una serie di innovazioni tecnologiche volte a incrementare la produzione tutelandone il carattere artigianale, preservato ancora oggi dalla supervisione di un mastro liquiriziaio sui processi di lavorazione, totalmente privi di sostanze chimiche. Così, oltre ai bastoncini grezzi e alle liquirizie pure, vengono confezionati anche i confetti con o senza anice e menta, il liquore, il cioccolato o i biscotti, dove la liquirizia si declina nei gusti e nella fantasia. Nello stesso tempo il processo di modernizzazione entra a far parte dell’azienda insieme all’internazionalizzazione, all’apertura all’alta ristorazione e alla cura costante di un packaging rispettoso dell’ambiente e caratterizzato da immagini rétro. L’avvento dell’elettronica proietta Amarelli verso un futuro sempre più sofisticato e tecnologico i cui riconoscimenti non tardano a venire, con l’assegnazione nel 2001 del Premio Guggenheim Impresa e Cultura e nel 2004 il francobollo emesso dalle Poste Italiane per celebrare il Museo della liquirizia Giorgio Amarelli. Oggi la famiglia Amarelli è altresì impegnata alla valorizzazione del territorio attraverso una convenzione sinergica tra il Museo della Liquirizia Amarelli, il Museo diocesano e del Codex Purpureus Rossanensis (codice miniato riconosciuto dall’Unesco patrimonio dell’Umanità) a Rossano e il Castello Ducale di Corigliano Calabro.

Articolo redatto in collaborazione con 

Condividi con