Esiste una Roma fatta di linee nette, archeologie industriali e pareti sature di colore, una Roma più ruvida ma incredibilmente vitale: è quella del quartiere Ostiense, uno dei più eclettici della Capitale. Terra di confine dove le Mura aureliane sfumano nella modernità del Novecento (quando si decise che nella parte sud della città, ringraziando il Tevere, dovesse nascere la Roma delle fabbriche e dei grandi servizi cittadini) e dove l’acqua e l’elettricità hanno ridisegnato lo spazio urbano, oggi Ostiense non è più solo il simbolo della Roma produttiva tra le due guerre, ma un distretto creativo in continua metamorfosi.
L’antichità della Piramide Cestia dialoga con le turbine mischiate all’arte della Centrale Montemartini, l’iconico Gazometro e le opere di street art, mentre spazi industriali dismessi rinascono come luoghi di una rinnovata socialità e di innovazione. È una riscrittura collettiva dell’identità urbana, che trova espressione attraverso l’arte, la cura degli spazi e la partecipazione civica, istituzionale e di grandi imprese. Non a caso a veicolare la rigenerazione urbana che si perpetua da qualche anno a Ostiense, e ha trasformato l’ex quartiere operaio in un ecosistema culturale, ci sono realtà territoriali, poli museali e aziende attive e partecipanti come Acea, che ha aggiunto l’ultima tessera del mosaico con il museo d’impresa Acea Heritage, consolidando la crescita di Ostiense.
La Piramide Cestia
Tra i monumenti che punteggiano il palinsesto di Ostiense, appena oltre le Mura aureliane e Porta San Paolo, la Piramide Cestia si erge come un’eccentrica anomalia architettonica: una vera piramide che svetta per oltre 36 metri, con una base di 30, manifestando tutta l’egittomania dei romani. Al pari delle celebri piramidi egizie, anche questa interpretazione romana custodisce una sepoltura monumentale. Fu Caio Cestio Epulone, magistrato e membro del collegio dei Septemviri Epulones, a commissionarla come propria dimora eterna. Alla sua morte, nel 12 a.C., Roma aveva da poco annesso l’Egitto ai suoi domini provinciali, e l’incontro con la millenaria civiltà faraonica aveva scatenato nell’aristocrazia romana un’infatuazione esotica che si tradusse in un proliferare di elementi decorativi e architettonici ispirati alla terra delle piramidi. Nonostante l’apparenza di solidità lapidea, la struttura nasconde un’astuzia costruttiva tipicamente romana: sotto il candido rivestimento di lastre marmoree si cela un’anima in opera cementizia. Questa soluzione tecnica, che testimonia il genio ingegneristico dell’Urbe, consentì di ottenere proporzioni più slanciate ed eleganti rispetto ai modelli egizi e di completare l’opera in soli 330 giorni, come documenta con orgoglio un’epigrafe sulla facciata rivolta verso piazzale Ostiense. Nel ventre della piramide si apre la cella funeraria: uno scrigno affrescato su fondo chiaro, dove figure di offerenti e vittorie alate accompagnano il riposo eterno del defunto.
Il Gazometro
90 metri di altezza, 63 di diametro. Il Gazometro domina Ostiense come testimone della Roma industriale del Novecento. La sua struttura cilindrica poggia su oltre 1500 pali che, allineati, coprirebbero 36 km. Costruito nel 1935 dall’Ansaldo di Genova in collaborazione con la Klonne Dortmund, divenne operativo nel 1937, con una capacità di 200.000 metri cubi. Era il più grande serbatoio di gas d’Europa, che serviva il polo industriale cresciuto lungo il Tevere e la città. Negli anni Sessanta, l’avvento del metano ne decretò la dismissione, ma la struttura rimase in piedi e qualcuno ne vide il potenziale scenografico per il cinema. Così vediamo il Gazometro comparire in “Accattone” di Pasolini (1961), “Troppo forte” di Verdone (1986), “Le fate ignoranti” di Özpetek (2001), “Romanzo Criminale” di Placido (2005). Oggi il Gazometro è contenitore di eventi, mostre e concerti, un simbolo di rinascita artistica e sociale.
Centrale Montemartini
È probabilmente l’esperienza più inattesa a Ostiense. La Centrale Montemartini è un magnifico esempio di riconversione museale che offre un impatto visivo immediato. Inaugurata nel 1912 come prima centrale elettrica pubblica cittadina, questo gioiello Liberty di archeologia industriale è oggi sede espositiva dei Musei Capitolini. L’operazione di riadattamento ha preservato integralmente l’apparato industriale: motori diesel, turbine in ghisa, caldaie. Tra questi colossi meccanici trovano casa oltre quattrocento opere greco-romane tra cui le sculture del tempio di Apollo Sosiano, i frammenti della dea Fortuna di largo Argentina, la statua di Agrippina Minore. Nella Sala Caldaie, un prezioso mosaico di caccia del IV secolo spicca tra le tubature, mentre dal 2016 la collezione si è arricchita con i vagoni del treno di Pio IX. Non una semplice esposizione, ma una fusione audace tra l’eredità industriale del Novecento e quella dell’arte classica.
La street art
C’era una volta, dal 2014, il grande murale di Blu a ricoprire le pareti dell’ex caserma di via del Porto Fluviale. Circa duemila metri quadrati dipinti, poco meno di trenta volti disegnati, grotteschi e coloratissimi, che coprivano l’edificio occupato, a sostegno del diritto alla casa. Oggi l’opera, una delle prime apparse a Ostiense, non c’è più: la rimozione è avvenuta d’accordo con l’artista, nel momento in cui ha preso forma il progetto di recupero dell’edificio, che ospiterà 54 alloggi di edilizia residenziale pubblica e spazi comunitari, dalla piazza centrale ai laboratori artigiani, dal mercato contadino allo sportello antiviolenza. Ma, si può dire, l’opera di Blu ha raggiunto il suo scopo. Mentre l’ex caserma si trasforma, resiste Hunting Pollution: arrivato nel 2018, è il murale ecologico più grande d’Europa firmato da Iena Cruz (Federico Massa) per l’associazione Yourban2030. Sulla facciata di un palazzo residenziale, mille metri quadrati di pittura mangia-smog in grado di abbattere i livelli di ossidi d’azoto emessi dalle auto e catturare e distruggere gli agenti inquinanti. Infine, sopra la storica Pescheria, Il Nuotatore di Iacurci trasforma un palazzo residenziale in un surreale acquario urbano.
In via dei Magazzini Generali invece ci si trova al cospetto del Wall of Fame di JB Rock: oltre 60 metri di muro sfilano 26 volti noti, 26 come le lettere dell’alfabeto, dalla A di Dante Alighieri alla Z di Zorro.
L’ultimo capitolo dell’evoluzione di Ostiense si chiama DOTS. Connecting Ostiense, un progetto promosso dall’azienda Brightstar, con sede nel quartiere, e patrocinato dal Municipio VIII, volto a interventi di arte pubblica e cura del verde, in uno spirito di partecipazione collettiva di artisti e comunità territoriale. Geometric Bang ha coperto il muro lungo via del Porto Fluviale con un paesaggio geometrico che lascia emergere i volti delle operaie del Lavatoio Lanario, delle lavoratrici della Saccheria Sonnino e della società romana del formaggio pecorino. Gli interventi di Moneyless e Alice Iotti offrono invece un radicale cambio di prospettiva trasferendo l’arte urbana dalle pareti al manto stradale, proprio lì dove la gente cammina. Il primo ha reso omaggio alle Telegrafiste, le prime donne assunte in massa durante la Seconda guerra mondiale, su via delle Conce, sotto il ponte ferroviario. Alice Lotti ha invece lavorato su viale del Campo Boario e in piazza Vittorio Bottego, dipingendo marciapiedi e isole di traffico con le storie di partigiane come Marisa Musu e i simboli del quartiere, dai cipressi del Cimitero Acattolico alle Mura aureliane.
Acea Heritage
L’ultimo nato nel palinsesto culturale di Ostiense, Acea Heritage è lo spazio espositivo dedicato alla memoria industriale e artistica di ACEA e della città. Nella sede storica di piazzale Ostiense la mostra permanente ripercorre oltre un secolo di storia dell’azienda pubblica fondata nel 1909 come AEM e oggi protagonista nei settori idrico, ambientale ed energetico della Capitale.
Il progetto nasce con l’obiettivo di conservare e condividere un patrimonio fatto di opere d’arte, archivi e oggetti tecnici, offrendo al pubblico non solo un percorso espositivo ma anche un luogo di studio, formazione e confronto. L’allestimento occupa 1.300 metri quadrati dell’ex salone del pubblico dell’edificio progettato da Ludovico Quaroni, Vincenzo Macrì e Maurizio Romitelli, trasformato in centro documentale e culturale capace di intrecciare memoria storica, ricerca e divulgazione. Il cuore della mostra è affidato alle opere di Gino Marotta e Pietro De Laurentiis: settanta lavori – tra disegni, bozzetti, sculture e manoscritti, in parte inediti – raccontano una stagione, quella del secondo Dopoguerra, in cui l’estetica accompagnava la funzione civica dell’industria. Accanto a questa sezione, un archivio fotografico di oltre 31mila immagini documenta le trasformazioni urbane e tecnologiche di Roma, mentre la biblioteca aziendale raccoglie più di 600 volumi dedicati alla storia industriale, economica e culturale dell’impresa. Ma c’è spazio anche per la tecnica pura: contatori, amperometri, voltmetri diventano tracce tangibili dell’evoluzione dei servizi pubblici e della modernizzazione della città.
Articolo redatto in collaborazione con ![]()