È per sottrazione, nei dettagli, nelle rifrazioni improvvise di luce su una facciata, in quegli angoli dove il pragmatismo industriale incontra l’invenzione artistica, tra il rigore lombardo e una leggerezza tutta novecentesca, che si fa viva la figura di Gio Ponti. Architetto, art director e designer capace di attraversare il secolo breve segnandone profondamente il gusto e lo stile. Ha disegnato di tutto, “dal cucchiaio alla città”, senza mai perdere quella cifra stilistica fatta di eleganza e funzionalità.
In molti casi Gio Ponti è Milano e Milano è Gio Ponti. Quando la città cercava un volto per la sua modernità borghese, scattante e internazionale, Ponti glielo ha fornito, modellando non solo il tessuto urbano ma l’idea stessa dell’abitare. Fondatore di Domus, teorico della “casa all’italiana”, è stato l’interprete visionario di una metropoli che voleva farsi europea restando profondamente radicata nella propria storia. La sua non era un’architettura di rottura, ma di evoluzione: edifici che sembrano nati per stare esattamente dove sono, leggeri, quasi aerei, eppure solidi.
Passeggiare per Milano sulle sue tracce significa leggere il manifesto di un uomo che rifuggiva il peso e l’inerzia. Per Ponti l’architettura doveva essere “finita”, compiuta, una macchina perfetta che cattura e riflette la luce, dove la decorazione non è artificio ma completamento. A Milano le architetture di Gio Ponti sono più di sessanta, dalle facciate che mutano aspetto con il passare delle ore alle punte che sfidano le nuvole. L’itinerario che segue è un invito a riscoprire questa eredità diffusa, un percorso attraverso le opere più significative della Milano moderna, che testimoniano come il pensiero pontiano abbia ridefinito gli equilibri tra spazio sacro e urbano, tra la dimensione lavorativa e quella domestica.
Casa e Torre Rasini
Casa e Torre Rasini nascono nel 1933 sui tavoli di Gio Ponti ed Emilio Lancia su commissione dei fratelli Rasini, come edificio residenziale. È l’ultimo lavoro a quattro mani, dopo questo progetto i due architetti si separeranno, prendendo strade diverse, e l’edificio ai Bastioni di Porta Venezia porta già in sé i segni di questa tensione. Lo si vede bene dalla doppia anima dell’edificio. Su corso Venezia si affaccia un palazzo elegante, rivestito in marmo, che rispetta le linee neoclassiche del contesto. Niente eccessi, tutto misurato. Dall’altra parte si alza la torre: cinquanta metri di altezza, dodici piani, rivestimento in laterizio rosso con ricorsi policromi e una bow window semicircolare che la percorre fino a metà altezza. Sul retro, verso i Giardini Pubblici, una serie di terrazze sovrapposte scalano la facciata.
Torre Branca
Gio Ponti la progetta insieme a Cesare Chiodi, Ettore Ferrari e Tomaso Buzzi. Era il 1933, tempo della V Triennale. Battezzata Littoria e tirata su in poco più di due mesi tutta in tubolari d’acciaio, la Torre è un prisma a base esagonale che si assottiglia salendo per 108 metri di altezza nel verde del parco Sempione. Divenne inagibile nel 1972 e restituita alla città grazie al restauro dei fratelli Branca, di cui porta il nome. Ponti all’epoca lavora soprattutto su arredo e decorazione. Un episodio isolato nella sua carriera, eppure in questa struttura eterea sta già germogliando la sua ricerca futura: le figure diamantine, le facciate come fogli perforati, la ricerca di immaterialità che si ritrovano nelle chiese milanesi di S. Francesco d’Assisi al Fopponino e Santa Maria Annunciata a Milano, nella Cattedrale di Taranto o nel Denver Art Museum.
Grattacielo Pirelli
Per i milanesi è affettuosamente il Pirellone. Progettato nel 1950 e inaugurato nel 1960, sorto sulle ceneri delle fabbriche Pirelli bombardate nella seconda guerra, il grattacielo è un capolavoro di equilibrio modernista, dove la visione di Gio Ponti è stata affiancata dalla maestria di Pier Luigi Nervi. Un “cristallo” di cemento armato – per anni il più alto d’Europa – che poggia su una base rialzata, la “collina”, che cela l’Auditorium Gaber. In cima, la copia della Madonnina del Duomo in versione mignon (85 cm). I suoi 710 gradini sono stati teatro di vertical running e le sue facciate pareti per arditi scalatori. Acquistato dalla Regione nel 1978, è oggi sede del Consiglio.
Palazzo Assolombarda
Alla fine degli anni Cinquanta Milano reclamava un’architettura che desse forma all’intraprendenza del suo tessuto industriale. Assolombarda scelse all’epoca di abitare il cuore della città, all’ombra della Torre Velasca e a due passi dalla Statale, affidando il progetto della “casa degli imprenditori” a Gio Ponti. Aperto ufficialmente nel 1964, il risultato è un’architettura che parla di efficienza e modernità. Fra leggerezza e rigore, rispecchiando i valori del mondo industriale che è chiamata a rappresentare, senza mai cedere all’ostentazione. Sette piani fuori terra e due ipogei, dove trova posto un auditorium da oltre cinquecento sedute. Dal 2024, il palazzo di via Pantano si è aperto alla città: con la corte interna restituita al pubblico, la realizzazione di una nuova lounge e dell’asilo nido territoriale, pensato per i dipendenti e per la collettività, l’opera di Ponti continua a proiettarsi nel futuro, fedele a quel concetto di bellezza utile e condivisa.
Palazzo Montedoria
Era il 1963 quando Gio Ponti, insieme ad Antonio Fornaroli e Alberto Rosselli, presenta al Comune il progetto di una torre di 50 metri affiancata da un corpo basso di quattro piani, un chiaro riferimento a Casa e Torre Rasini. Il Comune si oppone e Ponti riprende in mano i disegni. Il progetto definitivo del 1964 interviene sul lotto triangolare tra via Pergolesi e via Doria, che converge su piazza Caiazzo. Viene completato nel 1970 e inaugurato nel 1971. Una volumetria irregolare, una struttura mossa e ritmata in cui ogni facciata ha carattere autonomo. Le superfici mostrano sporgenze e rientranze rivestite in piastrelle di ceramica verde in quattro varianti (tre in rilievo e una piana), creando un pattern geometrico, e complici anche i serramenti in alluminio a filo con il rivestimento, un gioco di luci e ombre che cambia continuamente.
San Francesco d’Assisi al Fopponino
In via Giovio, un’architettura radicalmente urbana. Finita eppure sospesa, solida eppure leggera. La facciata, con le sue grandi forature dal disegno diamantino che incorniciano il cielo, cifra ricorrente di Gio Ponti, si estende sui corpi parrocchiali laterali costruendo un sistema prospettico scenografico, come una quinta teatrale. La pianta è un esagono allungato (tema che si ritrova nel Pirellone e in Santa Maria Annunciata) e la sezione delle travi, i pilastri rastremati, il raccordo di copertura ribadiscono la stessa costante geometrica. Il rivestimento in piastrelle ceramiche in rilievo cattura la luce frammentandola in riflessi e ombre che animano la superficie. Ma qui Ponti firma anche arredi, suppellettili, vesti liturgiche: un’opera totale. La chiesa venne consacrata nel 1964 e negli anni Settanta Cristoforo De Amicis firmò le tre vetrate poste sopra la porta d’ingresso.
“Costruire una chiesa è un po’ come ricostruire la religione, restituirla alla sua essenza”.
Santa Maria Annunciata
Realizzata tra il 1964 e il 1966, sorge nell’area dell’Ospedale San Carlo, collegata al braccio ovest da una pensilina, ma è accessibile anche da via San Giusto, in autonomia, per chi viene a pregare e non a guarire, o forse per chi non sa ancora quale delle due cose stia facendo. Ponti non abbandona la sua impronta: la pianta è ancora una losanga, il motivo diamantino torna nelle finestre e nelle piastrelle in ceramica. Ma qui qualcosa cambia. La struttura in cemento armato resta a vista, dentro e fuori, con la sua rudezza. I pilastri grezzi contro le pareti bianche sono un contrasto voluto. Il tetto a falde è interamente in rame. La luce lavora su due fronti: la vetrata policroma dello stesso Ponti e Toni Zuccheri sul portale nord, prodotta dalla fornace Venini di Murano, e le feritoie sud schermate da tavole in quercia con i Santi Ospedalieri di padre Ruggeri. Un edificio che funziona su più scale – liturgica, ospedaliera, urbana – nessuna prevalente sull’altra.