Dalla BFF Gallery alle sculture di ArtLine: quando l’arte diventa accessibile

A Milano accade sempre più spesso di trovarsi di fronte a una nuova forma di convivenza, quella tra spazio urbano, architettura e arte pubblica. Una delle espressioni più riuscite di questa sperimentazione è senza dubbio City Life (l’ex quartiere Fiera, per i più nostalgici), dove l’arte esce dai confini tradizionali e occupa spazi diversi. Se il grande e curatissimo parco di City Life è nato come miscela di natura, architettura e gesto creativo, dall’altra parte risponde l’ultimo nato, BFF Gallery, il museo e galleria di impresa che ha aperto i battenti nel 2025 dentro Casa BFF, sede milanese dell’omonimo gruppo bancario. Entrambi gli spazi, pur lontani per forma e funzione, raccontano della stessa dedizione: accompagnare lo sguardo a nuove visioni e rendere l’arte accessibile. Poi ci sono le opere inattese, nascoste a pochi passi dal parco o più giù, in metropolitana.

BFF Gallery

A Milano, l’arte non è mai un semplice orpello, è un atteggiamento. E l’apertura della BFF Gallery ne è una conferma. Nata dalla collezione di BFF Banking Group, che dagli anni ‘80 ha raccolto opere di maestri e innovatori italiani del Novecento e dell’oggi, la galleria si inserisce all’interno di Casa BFF, headquarter del gruppo, e si propone come luogo di dialogo in città, aperto a tutti e gratuito.

All’interno di un edificio che lavora sulla trasparenza, coerente con l’idea di un’arte che non si isola, sale silenziose ma mai statiche ospitano mostre e progetti espositivi in continua rotazione, attingendo sempre da diverse opere appartenenti alla collezione della Banca, composta da oltre duecento pezzi firmati da nomi come Lucio Fontana, Alberto Burri, Mario Schifano, Valerio Adami, Emilio Tadini, Arnaldo e Giò Pomodoro. Non è un luogo di celebrazione fine a sé stessa: piuttosto, BFF Gallery si colloca in quella zona fertile in cui l’arte d’impresa tenta di superare la funzione ornamentale per diventare veicolo culturale.

 

Il Parco delle sculture ArtLine

L’esperienza si trasferisce all’aperto, nel cuore verde di CityLife. Il progetto ArtLine Milano è uno dei più ambiziosi esempi di museo diffuso in Europa, che non ha un percorso obbligato, ma lascia libertà di movimento in mezzo a una costellazione di interventi site-specific che chiedono tempo, attenzione e una certa disponibilità a farsi sorprendere.

Dalla pietra ruvida di Beso di Wilfredo Prieto — due massi che si toccano appena come in un bacio sospeso — all’esplosione cromatica di Coloris di Pascale Marthine Tayou, una moltitudine di pali colorati con un uovo in cima che gioca con il senso di equilibrio e identità, l’itinerario si snoda in una serie di scoperte che cambiano passo, ritmo e tono. C’è l’opera Hand and Foot for Milan della tedesca Judith Hopf, una mano e un piede giganti in mattoni sagomati appoggiati sul prato e collocati a poca distanza tra loro. In piazza Alberto Burri, Cieli di Belloveso di Matteo Rubbi è un tappeto di oltre cento stelle di pietra, ricostruzione ideale del cielo sopra la Milano del VI secolo a.C.: un invito a fermarsi e a ristabilire una connessione antica con la volta celeste, oggi offuscata dall’inquinamento luminoso. Non mancano presenze che giocano con l’ironia e l’immediatezza. Octospider di Jeremy Deller è un gigantesco ibrido tra polpo e ragno: oltre otto metri di struttura, con decori sulla pavimentazione e arredi ideati dall’artista, che può essere vissuta come scultura giocattolo. Filemone e Bauci di Valentina Ornaghi e Claudio Prestinari sono due colonne in alluminio umanizzate che si tengono a braccetto mentre guardano i moderni grattacieli. Ispirata al mito greco dell’accoglienza e dell’amore duraturo, l’opera rappresenta un augurio di ospitalità e convivenza per la città. C’è poi Daily Desiderio, di Riccardo Benassi una struttura minimale in alluminio con un display a LED bianchi all’interno del quale l’autore trasmette da remoto un messaggio per ogni giorno della sua vita, dal giorno di inaugurazione dell’opera fino alla sua morte, quando i messaggi ricominceranno da capo, in loop. Sulla facciata del Padiglione 3, unico superstite della storica Fiera di Milano, campeggia la doppia scritta realizzata con tubi al neon blu e rosso New Times for Other Ideas – New Ideas for Other Times di Maurizio Nannucci. Non si esaurisce qui la lista: ci sono Rudere, la casa a tre pareti e senza tetto di Adrian Paci abitata da alberi, Vedovelle e Draghi Verdi di Serena Vestrucci, che ha rivisitato le bocchette delle iconiche fontanelle verdi milanesi, l’opera acustica-scenica Sundown di Liliana Moro e molti altri pezzi sparsi da scoprire.

 

La metropolitana d’autore e il castello di carte

Lasciando la superficie e scendendo nella stazione Tre Torri della metro lilla, la narrazione cambia registro ma non intento. Quello che solitamente è un non luogo, dove il passaggio è frettoloso, qui diventa spazio espositivo grazie all’intervento promosso da Gruppo Generali e da M&C Saatchi. Le pareti della stazione ospitano i murales di Emiliano Ponzi, uno dei più celebri illustratori italiani contemporanei. Ponzi ha disegnato scene di quotidiana normalità elevandole a racconto estetico. Non ci sono eroi, ma pendolari, ragazzi in skate, biciclette, coppie innamorate e sguardi persi nello schermo di uno smartphone. Così, la fermata della metro smette di essere uno snodo logistico per diventare una meta.

L’arte a City life continua a parlarci. In via Berengario 8, angolo via Benedetto Brin 1, all’interno del giardino di Castello Pozzi, palazzina del 1929, si erge un’opera che sfida la logica della statica e del tempo: Love Art 4 All. È un castello di carte, ma alto quattro metri. Un gioco trasformato in totem urbano che di sera si illumina con le luci colorate al neon. L’installazione, nata nel 2017 da un’idea dell’imprenditore Rinaldo Denti insieme a due giganti della creatività italiana, Elio Fiorucci e Ottavio Missoni, è un manifesto di democratizzazione dell’arte. I grandi pannelli che compongono la struttura fondono le inconfondibili stampe geometriche di Missoni con i colori vibranti e l’ironia pop di Fiorucci.

 

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