Dall’innovazione di Unoaerre ai percorsi urbani che raccontano l’eccellenza orafa aretina 

Arezzo non si concede al primo sguardo. È una città che chiede di essere decifrata. Un luogo in cui la bellezza non è solo estetica, ma è fatta di strati di storia e di pensiero, epoche e ingegni: l’acume politico di Mecenate, l’inquietudine lirica di Petrarca, l’ambizione enciclopedica di Vasari. Presenze che abitano ancora le geometrie di piazze e palazzi. Su tutto regna un senso di ordine e armonia, quella stessa qualità che si ritrova nei capolavori che Piero della Francesca ha lasciato alla città.

Di Arezzo si può dire anche che brilli di una luce dorata: il rapporto della città con l’oro è una narrazione ininterrotta che si esprime da quasi tre millenni. Tutto ha inizio con gli etruschi, capaci di dare al bronzo la potenza della Chimera, continua con i Romani e i loro vasi corallini, un prodotto di successo esportato in tutto l’Impero, e prosegue nel Medioevo con un fiorire di botteghe artigiane. Il Rinascimento, poi, trasforma gli orafi in artisti completi, capaci di incidere medaglie, disegnare gioielli e scolpire, come dimostra lo stesso Vasari.

Questa eredità, densa e complessa, è stata raccolta e proiettata nel futuro da Unoaerre. Nata nel 1926 da un’intuizione di Carlo Zucchi e Leopoldo Gori che univa pragmatismo industriale e sensibilità estetica, l’azienda ha saputo farsi interprete del suo tempo. Il suo museo aziendale non è una semplice collezione, ma un archivio sociologico del gusto italiano: dalle forme archetipiche delle “fedi chianine” si passa al rigore Déco, dalle leghe autarchiche imposte dalla guerra si arriva all’opulenza catartica del Dopoguerra. Le collaborazioni con Salvador Dalì o Giò Pomodoro non furono semplici incursioni, ma dialoghi audaci tra artigianato e avanguardia, a conferma di come ad Arezzo il saper fare sia sempre stato una forma di pensiero.

Un viaggio nell’oro aretino non può che cominciare dal Museo Orodautore, per continuare alla Pieve di S. Maria, la Basilica di S. Francesco e, infine, il Museo Archeologico Nazionale Gaio Cilnio Mecenate.

Il Museo Unoaerre

Il 7 marzo 1998, l’industria Unoaerre, leader nel settore dell’oreficeria, inaugurò il primo museo aziendale orafo in Italia, legato al più prezioso dei metalli ed alla più prestigiosa delle produzioni: quella orafa.

L’istituzione del museo è stata motivata dal desiderio di preservare la memoria storica di quasi un secolo di attività artigianale e industriale. Il percorso espositivo del museo copre un ampio spettro, dall’archeologia industriale alla produzione orafa contemporanea.

Grazie alla sensibilità e attenzione per il design, la cultura, la moda e il costume, Unoaerre è riuscita a mantenere una posizione di rilievo nel mercato, evolvendosi continuamente.

Il museo, riallestito nella nuova sede aziendale nel 2013 e concentrato in un grande ambiente con adiacente una sala per le conferenze, ospita una vasta collezione di gioielli e argenterie che spaziano dagli anni Venti del XX secolo fino ad oggi, inclusi prototipi, modelli, maquette, disegni e progetti creativi, vecchi cataloghi e un ricco medagliere.

Questa esposizione non solo custodisce la tradizione e l’esperienza dell’azienda, ma testimonia anche la sua costante ricerca e sperimentazione, elementi che hanno sempre caratterizzato il successo del marchio Unoaerre.

Organizzato in ordine cronologico, il museo presenta gioielli che riflettono l’evoluzione stilistica e tecnologica del settore orafo. Dalla Belle Epoque ai gioielli Art Déco, dalle fantasie degli anni Cinquanta alle colorate espressioni degli anni Sessanta, fino alle linee astratte e informali dei decenni successivi sino alle creazioni provocatorie di Giò Pomodoro, la collezione offre un panorama completo delle oscillazioni del gusto, delle trasformazioni del costume e dei cambiamenti della moda.

Con una collezione che comprende oltre 2.000 opere tra disegni originali, oreficerie e gioielli, alcuni dei quali pezzi unici ed esemplari iconici come le famose “mine” e “medaglie dell’amore”, di cui solo una parte esposta al pubblico, il Museo Aziendale Unoaerre rappresenta un custode privilegiato del patrimonio e dell’innovazione nel campo dell’oreficeria italiana.

Sono presenti anche esempi di archeologia industriale, come il raro reperto della “Berta”, grande maglio verticale per lo stampaggio e il conio, azionato a staffa e acquistato negli anni Trenta a Pforzheim in Germania che, come alcune delle macchine per la produzione di catene esposte vennero recuperati sotto le macerie del bombardamento che distrusse il vecchio stabilimento di via Guadagnoli nel gennaio del 1944.

Il museo vanta collaborazioni con artisti di fama internazionale, le cui opere sono esposte nelle sue sale: Giò Pomodoro, celebre per le sue creazioni provocatorie, ha lasciato, tra gli altri, una straordinaria serie di pezzi unici e il monumento Koinòs Hermes, simbolo del museo; Salvador Dalì, che contribuì con placchette e medaglie; Emilio Greco, le cui opere riflettono un profondo connubio tra arte e oreficeria; Giacomo Manzù, conosciuto per il suo lavoro scultoreo, ha anche contribuito con progetti per gioielli; Pietro Cascella, che ha portato una visione artistica innovativa alla collezione; Massimo Lippi, le cui creazioni testimoniano una raffinata sensibilità artistica; Orlando Orlandini, vincitore di premi internazionali, ha realizzato numerose creazioni distintive; Tomoko Nakasu, conosciuta per i suoi progetti innovativi e premiati; Dora Grieco e Roberto Politi, le cui opere hanno ottenuto riconoscimenti a livello mondiale. Questi artisti, insieme ad altri illustri collaboratori come Bruno Galoppi (direttore artistico Unoaerre negli anni 60/70), Marcello Garzi, Franco Palazzini, Gianfranco Sacchetti, e designer come Remo Buti, Cristina Burdett, Kenneth McGrath ed Enzo Scatragli, hanno contribuito a rendere il museo un custode privilegiato della tradizione, della creatività e dell’innovazione nel campo dell’oreficeria italiana.

 

Museo Orodautore

Affacciato sulla scenografica piazza Grande, il Palazzo della Fraternita dei Laici svela al suo interno un tesoro di creatività contemporanea: il museo Orodautore. Non un semplice museo, ma un viaggio affascinante nella storia del gioiello d’autore. Nelle sale prende vita una collezione di oltre trecento “pezzi unici”, creazioni straordinarie che dialogano con l’arte e il design dagli anni ’70 fino ai primi due decenni del nuovo millennio. Un’incredibile galleria di opere indossabili, nate dall’estro di maestri italiani e internazionali che hanno sovvertito le regole della gioielleria tradizionale. Si spazia dalle audaci sperimentazioni di artiste del calibro di Lynda Benglis e Marta Minujin, alle visioni architettoniche di Mario Botta e Michael Graves. Il design è rappresentato da icone come Dan Friedman, Gae Aulenti, Bruno Munari ed Ettore Sottsass Jr, mentre il mondo della pittura e della scultura risplende nei lavori di Enrico Baj, Piero Dorazio e dei fratelli Pomodoro. A completare questo eclettico panorama, le creazioni di trenta stilisti, da re Giorgio Armani all’irriverente Vivienne Westwood, testimoniano il legame indissolubile tra moda e gioiello.

Pieve di S. Maria

C’è un edificio ad Arezzo che cattura lo sguardo e non lo lascia più. È la Pieve di Santa Maria, un capolavoro del romanico toscano che si svela come uno dei monumenti più affascinanti della città. Impossibile rimanere indifferenti di fronte alla sua facciata, un’incredibile sinfonia di pietra che sembra quasi un merletto. Cinque arcate cieche fanno da base a tre ordini di loggette, sorrette da ben 68 colonne, una diversa dall’altra in un gioco di geometrie e fantasie che non stanca mai. Svetta il celebre campanile trecentesco, ribattezzato “delle cento buche”: un soprannome che nasce dalla cascata di bifore che ne traforano i cinque piani, rendendolo un’icona inconfondibile dello skyline aretino.

L’interno si apre in tre navate solenni, con il presbiterio che si eleva suggestivamente sopra la cripta e un soffitto a capriate. All’ingresso accoglie un bassorilievo dell’Epifania risalente al XII secolo, mentre poco più avanti, nella navata destra, si trova un fonte battesimale esagonale con formelle marmoree scolpite nel Trecento da Giovanni di Agostino. Ma il cuore pulsante della Pieve è sull’altare maggiore: un monumentale polittico a tempera e oro, capolavoro assoluto dipinto da Pietro Lorenzetti nel 1320, che irradia una luce quasi mistica. E la magia continua scendendo nella cripta, un labirinto a cinque navate dove è custodito il busto-reliquiario di San Donato, un gioiello d’argento dorato forgiato nel 1346 da due maestri orafi aretini, a sigillo della devozione e dell’arte di questa città.

Basilica di S. Francesco

Un esterno semplice, quasi austero, quello della chiesa duecentesca di S. Francesco, che cela al suo interno una delle più sconvolgenti narrazioni pittoriche del Rinascimento. Qui, nella penombra della Cappella Bacci, si svela un capolavoro assoluto: il ciclo di affreschi della Leggenda della Vera Croce, un’opera che impegnò il genio di Piero della Francesca per quasi quindici anni, dal 1452 al 1466.

Ispirandosi a un compendio di vite di santi del Duecento, la Legenda Aurea, Piero della Francesca mette in scena un racconto epico che attraversa i secoli. La storia inizia con la morte di Adamo e si conclude nel 628, con il trionfale ritorno a Gerusalemme del legno della Croce dopo essere stato trafugato. In mezzo, si dipana un mondo fatto di battaglie, sogni profetici e incontri solenni, dove la luce non si limita a illuminare, ma scolpisce i corpi e costruisce lo spazio con una meticolosa ossessione per la prospettiva.

Gli episodi sono pura intensità visiva. C’è il famosissimo Sogno di Costantino, una scena notturna di un’intimità quasi soprannaturale, in cui l’imperatore dorme nella sua tenda mentre un angelo gli porta in sogno il simbolo della vittoria. E poi l’incontro tra la Regina di Saba e Re Salomone, un trionfo di eleganza, dove la razionalità quasi geometrica delle forme e la preziosità degli abiti umanistici creano una scena di perfezione cristallina. La luminosità dei colori, la solidità scultorea delle figure e la raffinatezza dei dettagli trascinano chi guarda in un’atmosfera di pace e serenità quasi divina, sospesa fuori dal tempo. 

Museo Archeologico Nazionale Gaio Cilnio Mecenate

È qui che si trovano le radici della città, dai reperti etruschi ai famosi vasi corallini che testimoniano l’importanza di Arezzo come centro produttivo e commerciale fin dall’antichità. Un luogo che collega in modo chiaro il glorioso passato della città al suo presente. All’interno dell’ex monastero di san Bernardo, edificio che segue un’insolita linea curva, proprio perché sorge sulle fondamenta dell’anfiteatro romano del II secolo d.C., si snoda un labirinto di 26 sale. Il piano terra offre un percorso tra i tesori etruschi e romani che hanno plasmato l’antica Arretium. Salendo, il racconto si allarga, spaziando dalla preistoria a collezioni tematiche che sono una gioia per gli occhi: vetri iridescenti, bronzi antichi, monete e le raccolte private di illustri aretini, tra cui quella del celebre archeologo Gian Francesco Gamurrini. La sezione etrusca abbaglia con le preziose oreficerie provenienti dalla necropoli del Poggio del Sole e con le vivaci terrecotte che un tempo decoravano i templi della città. Ma è nella sezione romana che si svela una delle più grandi eccellenze di Arezzo: la più ricca collezione al mondo di vasi in terra sigillata. Noti in tutto l’impero come Arretina vasa e soprannominati “vasi corallini” per il loro inconfondibile colore rosso brillante, questi capolavori resero la città un centro di produzione famoso ovunque. Poi ci sono i pezzi da novanta, le star assolute della collezione: un imponente cratere greco che porta la firma di Euphronios, uno dei più grandi ceramografi attici, con una scena mozzafiato della lotta tra Ercole e le Amazzoni. Accanto, brilla un tesoro di una delicatezza quasi irreale: un ritratto maschile romano in crisografia, una tecnica rarissima che consisteva nel disegnare su una lamina d’oro e argento poi sigillata nel vetro.

Articolo redatto in collaborazione con   

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